Gubanetta Molino 66 French Toast alla Mela con Crema Pasticciera
- Molino66

- 15 giu
- Tempo di lettura: 14 min
La Gubanetta Molino 66 French Toast alla Mela con Crema Pasticciera è una proposta golosa e scenografica, perfetta per una colazione, una merenda, un brunch domenicale o come fine pasto leggero e festoso. È un’evoluzione del classico pane tostato che viene inzuppato nell’uovo e poi passato in padella con un filo di burro, prima di essere guarnito con miele, cioccolato, frutta, o ancora in versione salata con formaggio e salumi. Così celebre da essere replicato in tutto il mondo, di varianti di French Toast oggi ne esistono numerosissime versioni: dalle più semplici, a base di latte, fino alle più particolari, aromatizzate con la salsa di soia.
La versione che vi propongo oggi è davvero speciale: useremo la Gubanetta Molino 66, un’idea capace di trasformare questo dolce della tradizione friulana in qualcosa di insolito e creativo — una di quelle intuizioni semplici che rendono già straordinario ciò che lo è per sua natura, trasformandolo in un piccolo lusso adatto a ogni stagione dell’anno. L’ispirazione giusta per stupire tutti, anche durante una colazione o un fine pasto delle feste.
Prima però di addentrarci nell’attore protagonista della nostra ricetta, la Gubanetta Molino 66, gettiamo uno sguardo alla storia, alle origini e alle curiose leggende legate al French Toast. Le radici di questa preparazione affondano nell’epoca romana: ne troviamo traccia storica nel De Re Coquinaria, un prezioso documento stampato attorno al 1500 e conservato alla Biblioteca Vallicelliana, uno dei rari testimoni del più famoso ricettario dell’antichità, attribuito a Marco Gavio Apicio, celebre gastronomo e cuoco romano vissuto tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Qui vengono descritte le modalità di preparazione di quello che oggi tutti conoscono con il nome di French Toast. Il testo recita così: «affettare il pane a pezzi grossi rimuovendo la crosta, intingerlo in una mistura di latte e uova sbattute, friggere in olio bollente, ricoprire con miele e servire». Tra il XIV e il XV secolo la ricetta romana si diffuse poi in Francia, dove ebbe un successo tale da essere menzionata anche nel ricettario di Guillaume Tirel, noto con lo pseudonimo di Taillevent, il primo cuoco francese di professione di cui si conserva memoria, cuoco di re Filippo VI. Esiste persino una leggenda legata al nome di questa preparazione: secondo la tradizione, l’appellativo farebbe riferimento a un certo Joseph French, che avrebbe inventato la ricetta nel 1724 decidendo di attribuirle il proprio nome — French’s Toast, ossia «il Toast di French».
Leggenda a parte, nell’antica Roma questa preparazione veniva chiamata pain à la Romaine. Dopo essersi diffusa in Francia, il suo nome mutò dapprima in tostées dorées e poi in pain perdu, espressione che significava al contempo «pane dorato» e «pane perduto», a indicare il fatto che per realizzarlo si utilizzava pane raffermo. Da quel momento si affermò come una specialità tutta francese, e ciò è dovuto al considerevole numero di migranti europei che, emigrando verso l’America, presentarono questo dolce come una pietanza inventata proprio dai francesi. È lì che avrebbe assunto il termine con cui lo conosciamo oggi, sebbene siano diversi i nomi con cui viene chiamato nel mondo: Pain Doré in Canada, Pan Francés in Messico, Kizartma Ekmek in Turchia e Poor Knights in Inghilterra, quest’ultimo come derivazione di una ricetta tedesca che nel XIV secolo lo aveva battezzato Arme Ritter, ovvero «poveri cavalieri».
In America è talmente famoso che il 28 novembre viene celebrato il French Toast Day, la festa internazionale che celebra quel magico incontro tra pane, latte e fantasia trasformato in un capolavoro da padella che conquista adulti, bambini e buongustai di ogni continente. Una ricorrenza nata per gioco, cresciuta per gola e diventata una tradizione amatissima dagli appassionati. Per quanto riguarda la scelta di questa data, non esiste una spiegazione ufficiale universalmente riconosciuta: il giorno sembra essere nato in ambito angloamericano per dare una scusa in più a tutti gli amanti delle colazioni golose. Niente riti, niente storia ufficiale, solo il dovere di iniziare la giornata con qualcosa di buono.
Ma quante varianti di French Toast esistono nel mondo? Iniziamo un viaggio virtuale alla scoperta di questa speciale golosità.
Cominciamo dalla Spagna, dove possiamo gustare le Torrijas, un tipico dolce originariamente legato al periodo della Pasqua e della Semana Santa, ma oggi diffuso tutto l’anno. Una deliziosa ricetta di recupero a base di pane raffermo, simile al French Toast: le sue origini risalgono ai conventi medievali, dove si preparava con il pane avanzato dai pasti. Il nome deriva dal termine latino torrere, che significa tostare. Una ricetta che varia di regione in regione, di famiglia in famiglia, e si prepara con spezie come anice, cannella, miele, chiodi di garofano e sesamo, con vino dolce o latte.
Se invece andassimo a mangiare un French Toast in Cina, dovremmo ordinare l’Hong Kong French Toast, un toast in stile cinese dove il pane senza crosta, tagliato a quadrato perfetto, viene bagnato nell’uovo, fritto e servito a strati con burro, sciroppo d’acero, miele o latte condensato. Una preparazione sempre presente negli Hong Kong tea restaurant, locali noti per offrire menù eclettici alla portata di tutti, dove figurano piatti tipici della città e della cucina occidentale rivisitata in chiave hongkonghese. Viene servito in occasione della merenda pomeridiana, accompagnato dal tè. Esistono anche versioni con carne essiccata — chiamata Bak Kwa — o con marmellata di kaya, oppure con prosciutto o satay di manzo.
In Giappone, invece, si aggiunge il protagonismo del tè Matcha, il celebre tè verde in polvere della tradizione nipponica. Il French Toast può essere in versione dolce o salata, ricoperto di salsa di soia. Viene preparato anche ripieno di kinako, una farina integrale di soia tostata che, sebbene il termine significhi letteralmente «polvere gialla», si presenta in realtà con diverse colorazioni. È un ingrediente molto versatile, in grado di sostituire parzialmente la farina comune nelle ricette da forno o nei lievitati, ma il suo utilizzo principale è nella produzione dei wagashi, i dolci tradizionali giapponesi. Viene spesso utilizzata spolverizzata su mochi, dango o gelatine, e anche in snack industriali aromatizzati al kinako. In questa versione giapponese si utilizza un pane tipico locale, lo shokupan: un pane al latte soffice, dal sapore tendente al dolce, delicato come cotone, un alimento quotidiano in Giappone molto più del sushi, del ramen o di altre prelibatezze conosciute anche in Occidente. Lo si trova normalmente in due versioni: il kakugata shokupan, cotto in uno stampo con coperchio e quindi perfettamente squadrato, umido e morbido all’interno; e lo yamagata shokupan, cotto senza coperchio, solitamente con tre caratteristiche «collinette» sulla superficie e una consistenza più leggera e ariosa.
In Turchia, se volessimo ordinare un French Toast dovremmo chiedere un Kizartma Ekmek: in questa versione non c’è il latte, viene cotto in olio e servito con marmellate di ogni sapore.
Sebbene molto ci sarebbe ancora da raccontare, torniamo alla nostra ricetta odierna: per realizzarla aggiungeremo delle mele a fette fatte caramellare in padella con zucchero, scorza di limone e cannella, e le serviremo accompagnate da una golosa crema pasticciera. Prima però di passare alla ricetta, meritano un breve approfondimento gli altri protagonisti della nostra storia.
Per la farcitura di questo dolce ho scelto una crema pasticciera profumata al limone, una variante leggera e originale della crema classica, che non manca di sapore. La nostra crema è gustosa e saporita, dalla consistenza vellutata e avvolgente: una vera gioia per il palato. È perfetta da gustare da sola come dessert al cucchiaio, magari accompagnata da biscottini di frolla, ed è anche un ingrediente ideale per farcire crostate, torte, pan di Spagna, bignè e biscotti.
La crema pasticciera ha le sue origini nella pasticceria francese, dove è conosciuta come crème pâtissière, e si deve al celebre cuoco François Massialot, chef personale del Duca d’Orléans, fratello del Re Sole. Massialot è anche l’autore del Le Cuisinier Royal et Bourgeois, pubblicato nel 1705, uno dei primi dizionari culinari al mondo, che include per la prima volta la ricetta della crema pasticciera. La ricetta originale prevede l’uso di tuorli d’uovo, farina, zucchero semolato, latte e vaniglia Bourbon. Nel corso dei secoli si è arricchita di aromi sempre nuovi: dal limone all’arancia, dal cioccolato al caffè, fino alla crema di nocciole. È diventata protagonista non solo come base per la crema Chiboust — con l’aggiunta di meringa all’italiana — ma anche nella crema diplomatica, nella crema frangipane con crema di mandorle e nella crema Mousseline con l’aggiunta di burro, solo per citarne alcune tra le più celebri.
Il secondo grande protagonista della ricetta è la mela. Simbolo millenario di salute, prosperità, fecondità e seduzione, la mela ha attraversato i secoli lasciando un segno indelebile ovunque. Dal frutto proibito del Paradiso alla mela avvelenata di Biancaneve, fino a quella dell’immortalità nella mitologia greca, ogni cultura del mondo le ha assegnato un ruolo speciale. Nell’antica Grecia era sacra ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza: offrire una mela significava dichiarare un sentimento, accettarla voleva dire ricambiarlo. Un gesto romantico e simbolico, riservato ai ceti più alti. Un antico rituale prevedeva che gli sposi mangiassero insieme una mela come augurio di prosperità e unione. Nella tradizione cristiana, invece, la mela richiama il frutto dell’Albero della Vita e l’episodio della cacciata dal Paradiso. Due tradizioni opposte, entrambe affascinate dallo stesso frutto. Oggi le è dedicata persino una giornata speciale: il 21 ottobre, Apple Day, nato in Inghilterra nel 1990 per celebrare la biodiversità e le coltivazioni locali, con la mela come simbolo di natura, salute e tradizione.
Nel mondo esistono oltre 7.000 varietà di mele. Solo in Italia se ne contano almeno 400, tutte accomunate da una straordinaria ricchezza di nutrienti. Priva di grassi, ricca di fibre solubili e insolubili, di sali minerali, vitamine del gruppo B e C e polifenoli, la mela è un alleato prezioso per la nostra salute. Contribuisce alla prevenzione dei tumori, contrasta l’invecchiamento cutaneo grazie agli antiossidanti, stimola la produzione di collagene e aiuta a combattere l’acne. È tra i primi alimenti introdotti nello svezzamento dei bambini, a testimonianza della sua altissima digeribilità. Con un contenuto d’acqua che sfiora l’84%, è perfetta per mantenere il corpo idratato, e apporta soltanto 52 calorie ogni 100 grammi. Il vecchio detto «una mela al giorno leva il medico di torno» non è solo un proverbio tramandato dalle nonne: trova oggi piena conferma scientifica, poiché consumare una mela al giorno può ridurre significativamente il rischio di mortalità cardiovascolare. Grazie alla pectina in essa contenuta, è anche un rimedio naturale contro gastrite e mal di stomaco, poiché protegge delicatamente le pareti gastriche.
Ma la vera prima donna della nostra ricetta è la Gubanetta Molino 66, una deliziosa variante della tradizionale Gubana, dolce tipico delle Valli del Natisone in Friuli Venezia Giulia. Questa specialità artigianale racchiude la storia e la cultura profonda di un territorio: ogni boccone porta con sé il sapore autentico delle tradizioni friulane. Preparata con una soffice pasta lievitata, la Gubanetta Molino 66 è avvolta a mano e farcita con un ripieno di nocciole tritate, noci, uvetta e pinoli. Gli ingredienti naturali, sapientemente amalgamati secondo un’antica ricetta, conferiscono a questo dolce un sapore unico e irresistibile. La lunga lavorazione e la cottura lenta a temperatura moderata garantiscono una consistenza perfetta e una fragranza che dura nel tempo. Un dolce che regala un’esperienza di gusto autentica e profumata, perfetta per chi ama i sapori genuini. La Gubanetta Molino 66 viene proposta nella versione da 500 grammi: espressione di una tradizione familiare costruita su qualità, servizio e cortesia, un dolce tradizionale friulano soffice e avvolgente, perfetto per celebrare le occasioni importanti o da gustare in famiglia. Il suo ricco ripieno di noci, uvetta, pinoli e spezie regala un’esperienza di gusto indimenticabile — autentica, profumata, l’ideale per chi ama i sapori genuini.
Molino 66 racconta una storia che profuma di forno caldo, di burro, di impasti che lievitano lentamente nella notte — una storia che nasce nel cuore del Friuli, tra le vie di San Vito al Tagliamento, e che parla di una famiglia, di una passione e di un sogno che diventa realtà giorno dopo giorno, morso dopo morso. Tutto comincia nel 1978, quando i coniugi Paolino e Maria Giacomini arrivano a San Vito al Tagliamento e rilevano quello che era allora il più grande negozio della zona. Non è solo un’operazione commerciale: è una scommessa sul futuro, un atto di coraggio, la scelta di mettere il proprio nome e la propria faccia dietro ogni prodotto, di costruire giorno dopo giorno un rapporto autentico con i clienti. E quella scommessa viene vinta con la moneta più preziosa che esista nel commercio: la fiducia. Una fiducia guadagnata sul campo, un sorriso alla volta, un prodotto alla volta. È il passaparola genuino della gente onesta — non la pubblicità, non le campagne marketing — a trasformare il loro negozio in un punto di riferimento per intere famiglie della zona, generazione dopo generazione, alla ricerca di quella qualità rara che sempre più spesso fatica a trovare spazio sugli scaffali della grande distribuzione.
Gli anni passano, l’attività cresce, cambia sede, si evolve. In questa evoluzione naturale entra in scena il figlio Alessandro, portando con sé il fuoco sacro della passione artigianale. Alessandro non si accontenta di ereditare un’insegna: vuole capire, approfondire, perfezionare. Frequenta alcune delle migliori pasticcerie della regione, affina la tecnica, studia gli impasti, impara a rispettare i tempi della lievitazione naturale — quei tempi lenti, pazienti, che la produzione industriale ha da tempo dimenticato ma che fanno tutta la differenza tra un prodotto qualsiasi e uno straordinario. È così che l’esperienza di due generazioni si fonde in un unico progetto: nel 2005 nasce Molino 66, il panificio e la pasticceria artigianale che porta il numero civico della sede storica di via Pordenone come un marchio d’identità, come una dichiarazione di appartenenza a quel territorio e a quella comunità che li ha accolti e fatti crescere.
Molino 66 oggi è molto più di un panificio. È un laboratorio di sapori autentici, specializzato nella produzione artigianale di prodotti dolciari, pane e pizza, con servizio bar e caffetteria, dove ogni mattina l’aria si riempie di quel profumo inconfondibile di impasto appena sfornato che nessun surgelato, nessuna busta sottovuoto riuscirà mai a imitare. È il profumo dei ricordi, quello che ti riporta all’improvviso bambino, quello che ti ferma in mezzo alla strada e ti convince a entrare anche quando non avevi pianificato di farlo.
La filosofia che guida ogni scelta è semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza: ingredienti di primissima scelta, nessun conservante, nessun additivo, nessuna scorciatoia. Solo la semplicità delle cose buone — quella semplicità che richiede però un’enorme cura, una conoscenza profonda delle materie prime e un rispetto assoluto per le ricette tradizionali tramandate nel tempo. Una su tutte: il lievito naturale, la pasta madre, un essere vivente che in casa Giacomini viene curato e nutrito con dedizione quasi affettuosa. Perché il lievito madre non è solo un agente lievitante: è un universo di batteri lattici benefici — lactobacilli, saccharomyces, weissella — che lavorano lentamente, dalle 48 alle 72 ore, trasformando l’impasto in qualcosa di straordinario. Un pane più digeribile, più nutriente, con un indice glicemico dimezzato rispetto al pane tradizionale, capace di preservare profumi e sapori in modo naturale, senza bisogno di alcun additivo chimico.
Tra le produzioni più amate di Molino 66 spiccano naturalmente le sbreghe, i biscotti friulani croccanti: sfoglie sottili e dorate, arricchite da mandorle intere che emergono in superficie come piccole gemme, ognuna diversa dall’altra — perché ogni pezzo è unico, fatto a mano, espressione di una lavorazione tradizionale che non ammette standardizzazione. Si spezzano con quel suono secco e soddisfacente, si sciolgono in bocca quasi per magia, e raccontano con ogni morso la storia di un territorio e di una famiglia che in quel territorio ha scelto di mettere radici. Accanto a loro, le celebri Gubane e Gubanette, i Nocciolini, i Bussolai, i Cookies — ogni prodotto è una storia da scoprire, un sapore autentico da assaporare lentamente, senza fretta, con quella consapevolezza che solo le cose veramente buone sanno regalare.
Oggi la famiglia Giacomini è presente con tre punti vendita nel territorio: in via Pordenone 66 a San Vito al Tagliamento — la sede storica, quella del numero civico che è diventato un nome — in via Amalteo 21, sempre a San Vito, e a Morsano al Tagliamento in via Roma 3. E per chi non abita in Friuli ma vuole comunque portare a tavola un pezzo di questa straordinaria tradizione, c’è lo shop online con spedizione in tutta Italia: perché certi sapori meritano di viaggiare lontano, di varcare i confini di una regione e arrivare dritti al cuore di chi li assaggia per la prima volta — e che, quasi certamente, non vorrà mai più farne a meno.
E adesso vediamo cosa ci occorre per realizzare la nostra Gubanetta Molino 66 French Toast alla Mela con Crema Pasticciera:

Ingredienti:
4 mele della varietà preferita
1 Gubanetta Molino 66
4 uova
1 limone a buccia edibile biologico
cannella in polvere q.b.
burro
zucchero di canna
Ingredienti per la crema pasticciera:
3 tuorli
1 limone biologico scorza grattugiata
60 grammi di zucchero semolato
40 grammi di fecola di mais
300 ml di latte
zucchero a velo per decorare
Gubanetta Molino 66 French Toast alla Mela con Crema Pasticciera: Ricetta

Iniziamo dalla crema pasticciera, che avrà bisogno di qualche minuto di riposo per assestarsi e raggiungere la consistenza ideale. In un pentolino dal fondo spesso — fondamentale per una cottura uniforme e priva di bruciature — versiamo i 3 tuorli d’uovo insieme ai 60 grammi di zucchero semolato: lavoriamoli subito con una frusta a mano, con movimenti decisi e circolari, fino a ottenere un composto chiaro, leggermente spumoso e ben amalgamato. Aggiungiamo quindi i 40 grammi di fecola di mais, setacciandola direttamente nel pentolino per evitare la formazione di grumi, e incorporiamola con cura fino a quando il composto risulta perfettamente liscio e omogeneo.
Nel frattempo, scaldiamo in un altro pentolino i 300 ml di latte insieme alla scorza di un limone non trattato, prelevata con un pelapatate in un unico nastro per poi poterla rimuovere facilmente. Portiamo il latte quasi a ebollizione, poi eliminiamo la scorza e versiamolo a filo sottile sul composto di tuorli, mescolando senza mai fermarsi per evitare che il calore improvviso possa rapprendere le uova. Quando tutto il latte è stato incorporato, trasferiamo il pentolino sul fuoco a fiamma dolce e continuiamo a mescolare con costanza e pazienza, raschiando bene il fondo e i bordi, fino a quando la crema si addensa visibilmente e vela il cucchiaio in modo uniforme. Togliamo dal fuoco, copriamo la superficie con pellicola trasparente a contatto — questo passaggio è fondamentale per evitare la formazione di quella fastidiosa pellicina in superficie — e lasciamo raffreddare.
Passiamo ora alle mele caramellate. Laviamo accuratamente le mele sotto acqua corrente fredda, priviamole del torsolo con l’apposito attrezzo o con un coltello affilato, e tagliamole a fette regolari dello spessore di circa 4 mm: non troppo sottili, per evitare che si sfaldino in cottura, non troppo spesse, per garantire una caramellizzazione omogenea e una consistenza piacevole al morso. Raccogliamo le fette in una ciotola capiente e bagniamole immediatamente con il succo di un limone filtrato, privo di semi, per evitare l’ossidazione e preservarne il colore luminoso. Aggiungiamo la scorza grattugiata dello stesso limone, poi un cucchiaino raso di cannella — chi ama un profumo più intenso e avvolgente può tranquillamente aumentarne la dose — e circa 2 cucchiai di zucchero di canna, che con il suo sentore leggermente mielato si sposa splendidamente con la dolcezza naturale delle mele e con la cannella. Mescoliamo con delicatezza per distribuire gli aromi in modo uniforme, copriamo la ciotola con pellicola trasparente e lasciamo riposare per 30 minuti: questo passaggio permette alle mele di rilasciare parte dei propri succhi, assorbire la cannella e lo zucchero e predisporsi alla cottura in modo ottimale.
Trascorso il tempo di riposo, scaldiamo una padella antiaderente a fiamma media e aggiungiamo un pezzetto di burro: appena inizia a sfrigolare senza scurirsi, adagiamo le fette di mela in un unico strato, evitando di sovrapporle. Lasciamole cuocere lentamente per circa 5 minuti, senza toccarle troppo: l’obiettivo è che si caramellino in superficie, assumendo quel colore dorato e ambrato tipico della reazione con lo zucchero, pur rimanendo compatte e ben strutturate, senza sfaldarsi né perdere la propria forma. Trasferiamole delicatamente su un piatto e teniamole da parte.
Ora è il momento della protagonista assoluta: la nostra Gubanetta Molino 66. Con un coltello dalla lama liscia e ben affilata, tagliamola in 8 fette regolari, cercando di mantenerle della stessa altezza per garantire una cottura uniforme. In una ciotola larga e dai bordi bassi — comoda per immergere le fette con agio — sbattiamo le uova con una forchetta fino a quando il tuorlo e l’albume sono completamente integrati, poi aggiungiamo i 20 grammi di zucchero e continuiamo a sbattere finché il composto è omogeneo e leggermente schiumoso. Passiamo ogni fetta di Gubanetta nell’uovo sbattuto, lasciandola in ammollo qualche secondo per lato e assicurandoci che la superficie sia ben imbevuta su tutta la sua estensione, bordi compresi.
Procediamo ora con la composizione del French Toast: prendiamo le fette a due a due e disponiamo su una di esse alcune fettine di mela caramellata, distribuendole in modo generoso e uniforme, poi chiudiamo con la seconda fetta come se stessimo costruendo un piccolo panino profumato. Scaldiamo una padella antiaderente con una noce di burro e, quando inizia a spumeggiare, adagiamo i nostri French Toast e cuociamoli a fiamma media fino a doratura, qualche minuto per lato: la superficie dovrà formare una crosticina leggermente croccante e dal colore ambrato, mentre l’interno resterà morbido, soffice e profumato.
Impiattare è l’ultimo atto, e merita la stessa cura di tutto il resto. Disponiamo i French Toast nei piatti da portata e decoriamo ciascuno con una o due fettine di mela caramellata appoggiate delicatamente sulla superficie, per richiamare visivamente il ripieno e aggiungere un tocco scenografico. Con l’aiuto di una sac à poche o di un cucchiaio, distribuiamo dei ciuffi generosi di crema pasticciera accanto o sopra il French Toast, e completiamo con un filo di miele di qualità oppure di sciroppo d’acero, scelto secondo il proprio gusto e la propria golosità.
La nostra Gubanetta Molino 66 French Toast alla Mela con Crema Pasticciera è pronta per essere portata in tavola.




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